IL MOBBING


Nel linguaggio comune, un altro termine inglese molto diffuso, (oltre a: “stalking” di cui abbiamo già parlato) è: “mobbing”.

Trattasi di una interessante problematica ricompresa nel diritto del lavoro e che trova la sua fonte nell’art. 2059 del codice civile, il quale dispone che: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Lo scopo della legge in questione è quello di tutelare il lavoratore da quei comportamenti dei suoi superiori o colleghi che sono finalizzati alla sua persecuzione psicologica o emarginazione dall’ambiente di lavoro in cui è quotidianamente impegnato.

Il termine mobbing ricomprende infatti tutti quei comportamenti dannosi e persecutori che vengono ripetuti nel tempo nei confronti di un lavoratore da parte dei suoi superiori gerarchici (mobbing verticale) e/o colleghi (mobbing orizzontale).

Questi comportamenti possono anche essere di per sé legittimi ma diventano illegittimi quando lo scopo con il quale vengono realizzati è quello di intaccare la dignità del lavoratore; spesso tali condotte illecite vengono utilizzate per spingere il lavoratore a licenziarsi e, quindi, a lasciare l’azienda (c.d. bossing).

Si riportano qui di seguito alcuni casi riconosciuti dalla più recente giurisprudenza come mobbing ai danni del dipendente: progressiva privazione di compiti, ripetute sanzioni disciplinari illegittime, umiliazioni e pressioni psicologiche comportanti sofferenze morali, brusca ed improvvisa interruzione della carriera professionale, attacchi sul livello personale (insulti e/o offese), ripetuta ed ingiustificata negazione di ferie e permessi, etc.

L’esistenza di una situazione di mobbing autorizza il lavoratore ad ottenere un risarcimento ma attenzione: la richiesta di risarcimento deve essere formulata al massimo entro 10 anni da quando si è manifestato il danno.